“La mia vita” di Federico Fabbri

La mia vita Federico Fabbri

“La mia vita durata 90 anni, scritta a 36, finita di scrivere a 37” è un’insolita biografia di Federico Fabbri edita da BookSprint Edizioni.

Già il titolo di questa autobiografia è tutta un programma: “La mia vita durata 90 anni, scritta a 36, finita di scrivere a 37” , ma nel momento in cui la si comincia a leggere ci si rende conto di avere tra le mani davvero qualcosa di inedito e fuori dagli schemi.

Eccovi un assaggio:

  • 1 – NACQUI

“Sono nato il 19/06/1978 in un ospedale perché andava di moda così.
Se la moda era nascere in un party in piscina mia mamma mi faceva nascere in piscina.
Mia mamma amava le mode.
Amava anche i cavalli.
Ma non mi avrebbe mai fatto nascere in un cavallo.
A mio babbo non interessava.
Quando sono venuto al mondo è andato a giocare a carte con gente che non conosceva.
Gli diceva che aveva già un figlio maschio.
Gli diceva che da quando faceva l’album delle figurine dei calciatori odiava avere cose doppie.
Odiava Boninsegna più di Hitler.
Aveva 12 Boninsegna e solo 4 Hitler.
Ma avere doppio il figlio gli sembrava sbagliato.
Rimproverava mia mamma.
Le diceva:
-Fai una femmina o al massimo, visto che ti piacciono tanto, fai un maschio di cavallo-
Per fortuna mia mamma non gli diede ascolto-.
Non fece un cavallo.
Mi fece a me.
Non tutti erano contenti.
Mio babbo vinse 200 lire a scopa.
Tornò comunque a casa contento.
Per fortuna hanno inventato la scopa.
Se giocava a rubamazzo magari tornava a casa arrabbiato con me perché non ero un cavallo.”

[Tratto da “La mia vita” di Federico Fabbri]

Una catena di frasi secche e di freddure, che trascinano il lettore fino all’ultima pagina, raccontando le imprese vere, presunte o solo immaginarie di un’intera vita, attraverso l’energia di un’ironia ficcante, velata da un manto di tristezza di fondo che non l’abbandona mai.

Federico Fabbri racconta un’intera esistenza attraverso pensieri surreali, fraintendimenti e schegge di vita ingigantite, esagerate e paradossali che lusingano il sorriso ma che lasciano l’amaro in bocca, esattamente come il miglior sarcasmo esige.

Non si sa se ridere o piangere per le avventure/disavventure di questo bambino, a cui tutti preferivano un cavallo, che piano piano cresce a dispetto delle avversità che gli si scagliano contro e che lui pare calamitare, così come i personaggi bizzarri che s’intersecano e si susseguono in questo circo di pensieri bislacchi.

“La mia vita” è un’autobiografia ironica, ma profondamente malinconica, come se l’autore avesse voluto riscrivere la propria vita per intrappolare ricordi, mescolarli, manipolarli e sviscerarli in una forma nuova e diversa, attraverso una sorta di scrittura creativa e terapeutica che potesse rendere più sopportabile l’insopportabile.

Trama

“La mia vita durata 90 anni, scritta a 36, finita di scrivere a 37” è una bizzarra autobiografia, collage di finzione e vita reale. Spaccato di una realtà di paese fatta di caricature e fantasiosi personaggi. L’autore descrive se stesso e gli altri con tagliente ironia, trascinando il lettore in un mondo in cui non riesce più a distinguere il vero dal falso. Una lettura coinvolgente, fatta di brevi pensieri, giochi di parole e fraintendimenti. Apparente opera che sfugge alle regole della comprensione, che si beffa del tempo e della realtà, si riscatta in un finale inaspettato, profondamente radicato in sentimenti autentici e concreti.

Premessa a cura di Luciano Foglietta

Attraverso la lettura delle prime due opere poetiche avevo potuto osservare che nell’intimo dell’Io freudiano di Federico Fabbri o meglio alla base del suo essere, c’è uno strato molto alto di infinita tristezza.
Ora egli cerca di scacciarla, quella tetraggine, facendo capriole molto intellettuali per scuotere e far sorridere se stesso, ma neanche il grosso naso rosso e la faccia infarinata del pagliaccio di Leoncavallo ci riuscirebbero. Il bambino è cresciuto. Le sue giravolte letterarie, i suoi paradossi sono molto gradevoli al lettore. La sua enfasi poetica affascina, i suoi libri sono comunque più di chi li legge che di chi li ha scritti.
L’artista è spesso contrapposto al filosofo ma il nostro Federico è l’uno e l’altro quindi non si fa spogliare completamente dal possedere le sue astratte creature.
Le impressioni positive sul suo nuovo lavoro mi vengono spontanee e riconfermano la sua vivissima intelligenza, la sua innata ironia che spesso si trasforma in satira. A volte mi richiama alla mente le satire di Orazio, gli spassosi aforismi di Leo Longanesi ed i surreali monologhi di Achille Campanile. Non è possibile riportare, qui, degli esempi perché troppo lunghi. Difficile è pure spiegare, a parole, le sue ironie. Anche se cerca di confondere le acque con qualche sberleffo, in ogni pagina di Federico non manca mai il buonsenso.
L’umorismo, più anglosassone che latino, lo fa stare lontano dalla favola. Nel sottofondo infatti le sue storie favoriscono un sano realismo. Spesso innalza inni al pessimismo che poi si estingue senza lasciar traccia.
Sono forti suggestioni che si insinuano nel subcosciente del lettore. Squilibri, sbandamenti, disordini non sono solo apparenza, non ci si meraviglia del carattere enigmatico e alle volte inquietante delle cose. L’ironia è la dissimulazione più o meno derisoria del proprio pensiero espressa con parole del tutto contrarie ad esso. E’ anche un abile raggiro dell’intelletto. E’ pure lo spirito che prende coscienza di sé. Stavolta Federico Fabbri si porge al lettore in una maniera così paradossale che rompe definitivamente con gli ideali romantici.
Il pessimismo di fondo di Federico però non giunge mai a sfiorare la tragedia. Egli infatti non picchia i tasti di un pianoforte piazzato nella sala di un palazzo nobiliare di Recanati. In fondo in fondo questa sua autentica “chicca” letteraria è una semplice autobiografia, naturalmente troncata poiché, come egli premette nel titolo “La mia vita durata novant’anni… scritta a trentasei… finita di scrivere a trentasette”, la sua vita durerà ancora per molto tempo e non si sa se l’ironia psicologica attuale si trasformerà in qualcosa d’altro, comunque fin d’ora io escludo l’ironia socratica, quella detestata da un altro celebre Federico: Nietzsche.

L’autore

Federico Fabbri, nato nel 1978 a Santa Sofia, pease nel cuore della Romagna, ricco di tradizione e cultura. Federico si avvicina alla scrittura sin da ragazzo, riempendo pagine e pagine di pensieri ed emozioni. Pagine che restano chiuse in fondo a vecchi cassetti fino a pochi anni fa, quando pubblica la sua prima raccolta di poesie “Sino alla fine”, dedicata al ricordo del fraterno amico Denis. Assenza il cui vuoto non colmato da questa prima opera, lo spinge ad un secondo lavoro “PerSino poesie”. “La mia vita durata 90 anni, scritta a 36, finita di scrivere a 37” rappresenta l’approdo ad un nuovo genere letterario: l’autobiografia. L’ultima opera pubblicata è “L’inferno non ha nuvole” edito da Les Flâneurs Edizioni, in libreria dal 14 Febbraio 2018.

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