Un senso di non sense. Parole in racconto.

di Cassiopea

Avevamo guardato i cirri all’imbrunire, stesi sul prato, a gambe intrecciate. Un popolo di storie sfilacciate dal vento, sussuri di cielo macchiati di tramonto.

Non ancora parola.

Non ancora colore.

Eravamo ora di solitudine corrisposta, silenzio e trifonie di cicale.

Eravamo noi nella ricerca di noi.

Poi il tempo aveva portato la sera, con due calici per il vino e una fetta d’amore da spezzare per cena.

C’era una tempesta di stelle quella notte e il lago fumava sottile in un velo di vapore. C’erano scintille di lucciole tra fioriture lunari e un vagabondo gracidare con cui dialogavo, unicamente per baciarti il sorriso.

Occhi zingari rapinavano la mia tenerezza. Occhi neri e nebulosi, fondi, riottosi.

Avevi acceso il cerchio delle tue candele per disegnarmi. Sanguinella tra le Belle di notte, col mio foglio in mano e la penna in bocca a mordere parole da scriverti.

Saliva e inchiostro per nominare i tuoi baci.

Avevi dato una forma di luce al mio viso, con i gesti oscuri e tormentati delle tue mani. Ero lume tra tenebre spolverate di carboncino. Ero sensualità composta e pensosa, a volto inclinato, grazia paziente e desiderante, pregna d’amore.

Ero diversa da come mi conoscevo e me ne spaventai. Ero nei tuoi brucianti occhi che vedevano la mia straniera sopita nel ventre. Ero nella tua prospettiva che m’indagava di sentimento. Ero nuda seppur raccolta nella mia stola di lino, ero bozzolo e tu mi dipingevi già farfalla.

Anche la bellezza può ferire, soprattutto quando fa paura.

Avevo stracciato il mio foglio, turbata e rabbiosa; avevo seppellito le mie parole per cancellarne l’immagine.

Cadde lo spolvero dalle tue mani, lasciandole nere come la notte, cadde il sorriso che avevo baciato, cadde la stola, caddero lunghissimi i miei neri capelli non ancora tagliati, cadde uno sciame di stelle imprevisto.

Avevi raccolto i brandelli del mio canto per riassemblarli a casaccio, come solo i tuoi meravigliosi occhi maledetti sapevano fare. Avevi dato un senso altro al mio poetare incerto, avevi dato al mio scrivere la possibilità di narrarsi.

“Ti ho amata fino all’altrove. Ti ho dato la mia vista e tu, mi hai lasciato la ferita del tuo tacere. Prova a rileggerle ora, le tue parole e poi riscrivile, per me, in un nuovo ordine. Fammele sentire fino all’altrove”.

Avevo tra le mani tremanti di mistero il mio foglio imbastito con nastro adesivo. Parole sconnesse, nuove, luminose come stelle sparpagliate che si univano in costellazione. Non sense impressionanti, che aprivano scorci inascoltati di bellezza inerme, eppure spaventosa.

Si consumarono improvvise le tue giovani candele quella notte, si spensero di colpo, senza preavviso, crudeli e inflessibili come solo Atropo sa essere.

Eppure la luce rimane ancora, la mia fiaccola di Persefone Kore divenuta ormai Ecate, cresciuta, un poco invecchiata.

Ho imparato a scrivere nel tuo paese perduto, mio zingaro, ho imparato a leggere il tacere che ti ho lasciato con gli occhi dell’amore che mi hai donato, ho imparato a narrarlo da qui all’altrove.

Non più per te, non più per me.

Per conoscere la quieta bellezza spaventosa di questa vita incerta che ci chiama a vivere. Il più delle volte da soli, qualche volta in compagnia.

Sono eccezioni, eccezioni di straordinario.

Oggi so che il destino è semplicemente un non sense da decifrare, connessioni in attesa di manifestarsi tra gli avvenimenti caotici della mia vita e la storia inedita che giace in seme nel mio sentire.

Fili di speranza per farmi epifania nella scrittura e portare doni al divino dell’altro, ovunque esso sia, in qualsiasi altrove alloggi.

Farmi voce per rompere il tacere della paura, ogni qualvolta si presenti e leggere, finalmente, un senso altro, nel mio nuovo silenzio.

Oggi scrivo con occhi da indiana, mio zingaro.

Non più per te, non più per me.

Per narrarmi nella luce del domani, in questo mondo.

 

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